Per anni, per i professionisti italiani “scaricare le spese” è stato uno dei pochi strumenti reali per alleggerire il peso fiscale. Il principio era semplice: ciò che serve per lavorare si può dedurre, riducendo il reddito imponibile. Ma negli ultimi anni il quadro è cambiato, e non poco.
Fino a qualche anno fa, la deducibilità seguiva regole consolidate:
- Principio di cassa per i professionisti in contabilità semplificata: si deduceva ciò che veniva effettivamente pagato.
- Molte spese erano deducibili al 100% se legate all’attività (affitto studio, utenze, assicurazioni professionali).
- Altre, come auto e telefonia, avevano percentuali fisse e note (20% auto, 80% telefono).
Con la riforma fiscale 2024–2026, il quadro è diventato più articolato:
L’art. 54 del TUIR è stato riscritto, ridefinendo cosa rientra nel reddito professionale e come si deducono le spese.
- Dal 2025 è obbligatoria la tracciabilità dei pagamenti per dedurre molte spese: niente più deduzioni se il pagamento non è documentato correttamente.
- Alcune categorie di spesa hanno visto confermata la deducibilità piena (immobili strumentali, assicurazioni), altre restano parziali.
- Il nuovo assetto IRPEF 2026, con tre aliquote (23%, 33%, 43%), rende ancora più importante ottimizzare il reddito imponibile.
La differenza tra ieri e oggi non è solo normativa.
È culturale.
Prima: si partiva dal presupposto che il professionista sapesse cosa gli serve per lavorare.
Adesso: si parte dal presupposto che debba dimostrarlo ogni volta.
E questo, per chi vive il territorio – dall’agronomo al tecnico, dal consulente all’artigiano – significa una cosa sola: meno tempo per il lavoro vero, più tempo per la burocrazia.
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